Legionella: gli obblighi di legge per ristoranti e strutture ricettive

acqua

Il Decreto legislativo 23 febbraio 2023, n.18 concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano, in attuazione della direttiva europea (UE) 2020/2184, porta alcune modifiche nella gestione dei controlli dell’acqua, in particolare, l’approccio alla sicurezza dell’acqua basato sulla valutazione del rischio della rete di distribuzione interna. All’allegato VIII, il Decreto identifica anche una nuova categoria di strutture interessate alla gestione del rischio da legionellosi, fra queste, oltre alle strutture sanitarie e socio assistenziali ed alle attività turistico ricettive, troviamo ora anche le attività di ristorazione e le professioni sanitarie (inclusi i centri riabilitativi e ambulatoriali).

I titolari di tali attività sono identificati come “gestori della distribuzione idrica interna” e sono obbligati ad effettuare una valutazione e gestione del rischio dei sistemi di distribuzione idrica interni con particolare riferimento ai parametri di legionella e piombo, adottando le necessarie misure preventive e correttive, proporzionate al rischio, per ripristinare la qualità delle acque nei casi in cui si evidenzi un rischio per la salute umana derivante da questi sistemi.

La valutazione del rischio ai sensi dell’articolo 6 c. 8 dovrà essere completata entro il 12 gennaio 2029.

Sono previste anche delle analisi di laboratorio, da effettuarsi con frequenza minima annuale, per il controllo dei livelli di legionella e piombo presenti nelle acque che non devono superare i limiti dei parametri dell’Allegato I parte D al decreto 18/2023. Le attività che non predispongano un piano di autocontrollo degli impianti idrici interni, eventualmente anche integrato nel piano di autocontrollo haccp o nel DVR di cui al Decreto 81/08, rischiano una sanzione amministrativa pecuniaria che va da un minimo di 500 fino ad un massimo di 5.000 euro. Nel caso invece in un’industria alimentare sia utilizzata acqua non conforme con conseguenze sulla salubrità del prodotto alimentare finale e ripercussioni, dirette o indirette, sulla salute dei consumatori interessati, la sanzione amministrativa pecuniaria è più salata e va da 5.000 a 30.000 euro.